Comune di Sparanise


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Comune di Sparanise


Sparanise (Caserta)


Come di  ogni cosa, anche di Sparanise si hanno notizie incerte. Notizie che però vanno a ricostruire quella che è veramente la vita vissuta da secoli fa ai giorni nostri. Sparanise nacque all'ombra d'una chiesa, quella di S. Vitaliano, e la tenne a battesimo un'abate, l'abate Roffredo del monastero benedettino di S. Vincenzo in Volturno.

Pare che i coloni presenti nel territorio coltivassero più volentieri le viti dell'uva che praelo domita caleno forniva ai signori romani il vino caleno, emulo del falerno e del cecubo nelle mense aristocratiche, che non prestasse aiuti di soldati e di danaro alla madre patria nelle maggiori distrette delle guerre puniche, giacché allora, appunto, Cales con altre colonie della Campania negarono al Senato i dovuti contingenti.

Da quel clamoroso rifiuto, non defezione (209 av. Cr.) e dal conseguente duro castigo, narrato da Tito Livio, erano passati più di mille anni, quando nel territorio di Calvi sorse un organismo rurale quale furono le ville nei Capitolari di Carlo Magno. Dovette, fabbricarvi delle corti o corticelle (Curtes), edificarvi in mezzo o a costo una chiesa, ed esso stesso Roffredo o un suo successore potette anche provvederlo di un castello (castellum) in luogo sicuro, affinché i suoi fedeli contadini (curtenses) nei casi, allora non infrequenti, d'incursioni trovassero un rifugio difeso, per le loro persone e per le loro derrate e masserizie.

La villa poi, a quel modo nata, non si chiamò, da principio, Sparanise, ma, forse, S. Vitaliano: Sparanise, nome posteriore alla sua origine, derivò com'è sembrato a qualcuno, da un cognome Sparano, molto diffuso e più notevole nella villa, o dall'appellazione del territorio stesso in cui sorsero le corti.

La chiesa di Roffredo che serba ancora la pianta e le linee esterne di una lombarda chiesetta benedettina del tempo, fu dedicata a S. Vitaliano, il taumaturgo Vescovo di Capua, che poco più d'un secolo prima, aveva riempita la regione con la fama dei fatti della sua drammatica vita e dei suoi benefici prodigi dopo morto. E' curioso ricordare che il 27 ottobre 1860 Garibaldi invitato a colazione da Vittorio Emanuele, dopo averlo salutato re di Napoli, non andò, con la scusa di averla fatta.

Ma poi mangiò pane e cacio proprio nel piccolo portico della chiesetta di S. Vitaliano, convenendo con i suoi amici, mesto, raccolto, rassegnato apposto estremo, assegnato ai suoi valorosi nella marcia con le truppe regie a cui si era unito.

Pare che il Castello (Castellum) sia mancato alle Ville fondate dall'Abate benedettino, se si ricordi che nello stesso decennio in cui nascevano esse ville, Montanaro, casale chiesa e castello, a breve distanza da Sparanise, fu donato. a S. Benedetto da Aloara, vedova  di  Pandolfo Capo di ferro, la quale regnando col pupillo Pandenolfo, principe di Capua, fu grande protettrice d'un monaco Monsone, cugino del marito, che essa volle abate di Montecassino, arricchendolo di molte terre: e abate fu di tragica me moria, negli annali di quella Badia.

Tale fu Sparanise, o comunque altro allora venisse chiamata, quale ho creduto di poterla abbozzare, alla fine del secolo decimo, quando comincia e finisce anche la sua cronaca scritta e sufficientemente documentata. Giacché come esso in seguito andasse liberandosi dalla soggezione alla badia di S. Vincenzo a Volturno, di cui evidentemente fu un beneficio, e come senza essere stata mai più soggetta ad altro feudatario, divenisse Comune o Università, è forse la pagina più nobile che i nostri maggiori scrissero non sulla carta, ma bensì nella tradizione, viva del nostro costume e del nostro carattere.

Il nome di Sparanise è stato incontrato una sola volta nella Storia d'Italia, non attore, ma testimone casuale, silenzioso e inconsapevole, dell'armistizio che fu detto appunto di Sparanise, e che fu firmato dal risibile Vicario Generale di Ferdinando IV, Francesco Pignatelli col Generale Championnet: e si sa che quel dissennato armistizio, saputosi a Napoli, il 12 gennaio, scatenò la rivoluzione del 1799.

Quest'accenno alla rivoluzione del '99 richiamandoci al pensiero la breve e sventurata Repubblica Partenopea che ne seguì, ci farebbe sembrare irriverenti se passassimo oltre senza inchinarci pietosamente alla memoria del colonnello Leopoldo de Renzis di Montanaro tanto vicino a noi. I1 quale Leopoldo fu una delle moltissime illustri vittime dell'"odio della paura" di cui nulla è più feroce, che aveva invaso re Ferdinando e la consorte Carolina. 

Il De Renzis era colpevole di aver fatto parte, come ministro della guerra nel governo formato dal generale Championnet in quella effimera ma non sterile Repubblica. E intanto il cognome stesso del ministro repubblicano del '99 ci riconduce a Sparanise, che ha fatto bene a intitolare una delle sue vie principali al nipote di Leopoldo, Francesco, barone di Montanaro.

Riconoscendo così che Francesco de Renzis fanciullo, alunno del Seminario di Calvi, giovane tra gli ufficiali borbonici costruttori del ponte sul vicino Saone, opera veramente romana; al '60 combattente valoroso per l'unità della Patria negli assedi di Capua e Gaeta: di poi pubblicista di agile spirito e di fiera onestà, scrittore elegante di novelle e di un romanzo di ambiente paesano, autore di proverbi drammatici applauditi fino a ieri, critico d'arte di squisito gusto, uomo politico e diplomatico apprezzato persino a Londra, non fu mai estraneo alla vita e agli interessi del nostro paese ch'egli amò costantemente riamato.

Trovasi , però, Sparanise diffusamente scritta nelle Storie paesane di Mattia Zona f: di Antonio Ricca, due concittadini ricercatori di cose patrie tra il '700 e 1'800, l'un geloso dell'altro, e più appassionati che severi, i quali trattarono dell'antichità di Calvi e delle cose nostre magnificandole, secondo il gusto dei raccontatori municipali di quel tempo. 

Purtuttavia essi, Zona e Ricca, e Annibale Ranucci (1809?1877) che giovane osò, tardissimo epigone del Tasso, comporre un poema epico, I a Redenzione, di mole cinquecentesca, e maturo scrisse di filosofia e di politica, se furono poca cosa per la storia d'Italia, valsero però molto per l'q nostra coltura paesana.

E perciò nei sia permesso di esprimere il voto che si raccolgano, se pure si fa in tempo, a contenderne qualche altra rarissima copia ai rivenditori di tabacco, che si raccolgano in qualche parte della casa comunale i libri e gli opuscoli di quei tre benemeriti, e di altri, se ve ne sono. 

Giacché  son così scarse le parole superstiti delle generazioni che pensarono e operarono in questo cantuccio di mondo a noi caro, che quando si ha la ventura di averne ereditate delle scritte, è nostro dovere di conservarle con religiosa pietà ai posteri; non v'è forse una sola pagina, qualunque possa sembrare a noi la sua importanza, che non potrebbe un giorno illuminare a qualcuno il lembo di passato che lo interessa e che si ricerca.

Nè poi si deve credere che i tre nominati di sopra siano stati i soli studiosi e letterati degni di memoria. A1 tempo della mia adolescenza sentii ricordare con lode e da buoni giudici i nomi dei canonici Domenico Fusco, Pietro Roncone e Mattia Simonetti, letterati e teologi di merito non inferiore alla loro fama, e quali difatti sembrarono anche a me nelle poche reliquie che potetti vedere della loro molta dottrina. 


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